La presbiopia è da sempre considerata una conseguenza ineluttabile dell’invecchiamento del cristallino.
Ma quanto influisce lo stile di vita sulla velocità con cui progredisce?
Un recente studio pubblicato su Clinical Optometry (Dove Medical Press, 2025), condotto da Masahiko Ayaki e colleghi del Dipartimento di Oftalmologia della Keio University School of Medicine di Tokyo, fornisce nuove risposte, alcune inaspettate.
I ricercatori hanno analizzato la relazione tra fattori di stile di vita e progressione della presbiopia, misurata attraverso l’addizione di positivo binoculare.
Le variabili considerate includevano sesso, abitudine al consumo di alcol, abitudine al fumo, refrazione sferica miopica, errori astigmatici, spessore del ganglion cell complex (GCC) in OCT, livelli di HbA1c e presenza di retinopatia diabetica.
L’analisi ha evidenziato cinque fattori di rischio indipendenti e significativi per entrambe le soglie: sesso maschile, abitudine al consumo di alcol, equivalente sferico miopico, errori astigmatici e uno spessore ridotto del ”ganglion cell complex”.
Al contrario, tre variabili non hanno mostrato associazione statisticamente significativa: l’abitudine al fumo, i livelli di HbA1c e la presenza di retinopatia diabetica.
L’analisi di Kaplan-Meier ha evidenziato che gli uomini raggiungono la soglia di +1,50 D significativamente prima rispetto alle donne (p < 0,01), e che gli uomini con abitudine al bere raggiungono la soglia di +2,50 D significativamente prima rispetto agli uomini non bevitori (p < 0,05).
Lo studio non indaga i meccanismi in modo diretto, ma il consumo cronico di alcol è noto per gli effetti di stress ossidativo sistemico, alterazioni della microcircolazione e tossicità sulle cellule gangliari retiniche, fattori che potrebbero coinvolgere sia il cristallino che le strutture ciliari e retiniche.
Il dato relativo al GCC ridotto come fattore di rischio indipendente suggerisce un possibile ruolo dei meccanismi neurali nella progressione, e non solo del cristallino.
L’assenza di significatività del fumo è anch’essa rilevante: indica che l’effetto dell’alcol non è un generico “effetto stile di vita”, ma qualcosa di più specifico sul piano biologico.
Questi risultati hanno ricadute concrete per chi lavora quotidianamente con pazienti presbiti:
Lo studio ha un disegno trasversale retrospettivo condotto in un contesto clinico giapponese, il che limita la generalizzabilità dei risultati.
Inoltre, l’abitudine al consumo di alcol non è stata quantificata in unità alcoliche, rendendo impossibile definire una soglia di “consumo sicuro”.
Studi longitudinali prospettici saranno necessari per confermare la relazione causale.
Gli autori auspicano che questi risultati possano essere utili nella formazione professionale, per evidenziare gli effetti negativi del consumo di alcol sulla salute oculare.
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